Proclo, Commento al Parmenide, I Libro [668.30- 688.20]

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«Ma io» risposi, «sono qui proprio per questo motivo, per chiedervi un favore».
«Puoi esporre la tua richiesta», disse. [126 A 5-7]
– Come devono essere le anime che vogliono elevarsi

Ed io: «come si chiamava quel vostro fratello da parte di madre? Non ricordo. Era solo un bambino, quando per la prima volta mi stabilii qui da Clazomene: ma da allora è ormai trascorso molto tempo.» [126 B 1-4]
– La storia della famiglia
– Analogia con le Realtà: γνῶσις, πέλασις, ἕνωσις
– Come le anime possono riunirsi all’oggetto del loro desiderio/conoscenza

«Il nome del padre, mi sembra, era Pirilampe».
«Certamente», rispose.
«E lui?»
«Antifonte. Ma perché ti interessa così tanto?» [126 B 4-7]
– L’attività degli esseri automotori

«Costoro», dissi io, «sono miei concittadini, filosofi senza dubbio, e hanno sentito dire che questo Antifonte si è incontrato molte volte con un certo Pitodoro, discepolo di Zenone, e ricorda, per averli spesso ascoltati da Pitodoro, i discorsi che allora Socrate, Zenone e Parmenide avevano tenuto». [126 B 8-C 3]
– Auriga e potenze di secondo grado nelle anime
– L’ordine dei personaggi: analogie
– I Logoi Divini

«Quello che dici è vero», disse.
«Proprio questi discorsi», dissi, «chiediamo di ascoltare».
«Ma non è una cosa difficile», rispose. «Era ancora un giovanetto, e già rifletteva assai attentamente intorno a tali questioni, mentre ora, come il nonno suo omonimo, trascorre la maggior parte del suo tempo dedicandosi all’equitazione. Ma se proprio si deve, andiamo da lui: un momento fa è andato via di qui e sta andando a casa: abita qui vicino, in Melite». [126 C 4-10]
– Come le anime godono direttamente dei Daimones e cosa ne deriva per esse
– A proposito dei “θείους δαίμονας”
– Dei, Angeloi e Daimones
– Poseidone e i Daimones
– L’anima che passa dalle immagini ai Modelli
– I giovani e l’insegnamento della filosofia

Dopo queste parole ci mettemmo in strada, e trovammo Antifonte in casa, mentre stava consegnando ad un fabbro una briglia da riparare: non appena si liberò da quell’uomo, i fratelli gli spiegarono il motivo per cui eravamo venuti, e fu così che mi riconobbe dal mio precedente soggiorno e mi salutò con affetto. [127 A 1-5]
– Lo stile contribuisce al fine del dialogo
– Le considerazioni etiche che si deducono dal passo
– Considerazioni fisiche deducibili dal passo
– Considerazioni teologiche deducibili dal passo – la risalita delle anime e la partecipazione ai beni demonici e divini

Quando noi gli chiedemmo che ci esponesse quei discorsi, in un primo tempo si mostrò esitante – diceva infatti che si trattava di un’opera assai ardua – ma in un secondo tempo cominciò ad esporli. [127 A 5-7]
– Conoscenza, desiderio: “è in ciò che consiste il racconto: uno svelamento ed una rivelazione di ciò che è nascosto, ed una perfezione elevante donata alle anime dai Daimones divini.”
– L’opera più ardua ed i discorsi epoptici

Antifonte prese a dire come Pitodoro gli aveva raccontato di Zenone e Parmenide che una volta erano venuti alle Grandi Panatenee. [127 A 7-B 1]
– Virtù ed imitazione
– La molteplicità e la riunificazione presso la Causa divina – l’esempio delle Panatenee

Parmenide era già assai vecchio, i capelli completamente bianchi, l’aspetto bello e nobile, e si trovava intorno ai sessantacinque anni [127 B 1-3]
– Analogie deducibili dal passo

Zenone allora era vicino ai quaranta anni, alto di statura ed elegante a vedersi, e si diceva che fosse stato il giovane amico di Parmenide. [127 B 4-6]
– Analogie deducibili dal passo

Disse che costoro avevano alloggiato presso Pitodoro, fuori delle mura, nel Ceramico. [127 B 6-C 1]
– Il ruolo degli Angeloi
– “i Pitagorici consigliavano di evitare le strade ampie”

Lì era giunto Socrate, e insieme a lui molte altre persone, tutte desiderose di ascoltare la lettura dell’opera di Zenone – allora, per la prima volta da quelli il libro fu portato qui fra noi. In quel tempo Socrate era assai giovane. Fu lo stesso Zenone a leggere il libro. [127 C 1-6]
– La giovane età di Socrate, il suo ruolo di guida – analogie con gli Dei
– Lo scritto ed il peplo in onore della Dea
– I modi in cui gli Dei si rivelano per gradi

Further meditations on the soul…

 

The history of the interpretation of the Delphic Laws can be traced back primarily to Socrates and Plato. Most influential was Socrates’ discussion of the meaning of the maxim in Plato’s Alcibiades Maior. When in the final section Plato has Socrates give his interpretation
of the precept (128E-135E), he raises the question of what the self is that we are advised to know. Since that self must be what the human person as a whole is in essence, it must be different from the body: “So the human being is an entity different from his own body.” The question is, of course, “Then what is the human being?” Socrates answers: “The soul is the human being.” Consequently, knowledge of the self is knowledge of the soul: “Then the God who instructs us to know ourselves orders us to know the soul.”
This definition will furthermore affect the concept of selfcontrol (Sophrosyne): self-control that comes from the knowledge of the soul will cause a person to devote his attention to the
“care for one’s soul” instead of to external matters. Based upon these presuppositions, Socrates goes on to raise the question of how we can obtain that kind of knowledge
of ourselves. In order to explain the way to it, he turns to the example of the vision of the eyes (132D).  “See yourself.” How can this happen? Is there a possible way for the eye to see itself? Socrates refers to the observable fact that “the face of the person who looks into someone else’s eye is shown by vision of the opposite person, as in a mirror. We of course call it the pupil, a kind of image of the person looking.” Hence we can say that “an eye beholding another eye and, looking into what is its most precious part and that by which [the other] sees, may in this way see itself.”‘
Socrates then applies this insight to the problem of the knowledge of the soul: “.. . if a soul is to know itself it must look into a soul, and especially into that area of it in which occurs the virtue of the soul, wisdom….”‘ This part which houses “insight and thought” is its most divine. Since it resembles the deity, “anyone looking into this part and knowing all that is divine, the deity as well as thinking, thus may also, in the best possible way, know himself.”‘ Once the equation of the self with the soul and the deity was made, another equation offered itself almost necessarily.

It is in Cicero’s sources in his De legibus, especially in the Somnium Scipionis,and in the Tusculanae Disputationes  that we find the equation of the divine part of the soul with the “personal Daimon.”

According to traditions handed down in the Academy, the unity and difference between the soul and the deity is explained by the analogy of the mirror picture: the soul as the divine self in the human being reflects, as a mirror reflects the deity, so that whoever looks into the human soul by introspection sees the deity. This concept stands also behind the magician’s confession in PGM VIII.37-38. When one sees such an “image,” one can
look into it as into a mirror and conclude by way of knowledge that what one sees in the mirror is the deity himself: “I know you, Hermes, and you me; I am you, and you are I”